“Precari di tutti i Paesi, unitevi!”

Politica e diritti

Un Manifesto del Precarismo per giovani precari nella giungla del mondo del lavoro.

Benvenuti a PrecaryLand

PrecaryLand è quel luogo in cui giovani studenti si iscrivono all’università sapendo che il periodo più difficile non sarà quello degli esami e della tesi, ma quello che verrà dopo. Appena laureati iniziano a inviare curriculum a ruota senza badare a orari o retribuzione, qualche volta nemmeno alla mansione, perché sanno che «in questo momento storico è giusto non essere schizzinosi».

Dopo una serie di colloqui andati a vuoto, proposte talmente indecenti da non poterle neanche valutare (ad esempio master da 1500 euro seguiti da 6 mesi di stage non retribuito), trovano nel migliore dei casi un posto di lavoro “accettabile”, il più delle volte uno tirocinio di 6 mesi con stipendio tra i 500 e gli 800 euro.

Ma talvolta, per essere assunti, possono essere costretti a accettare di lavorare senza contratto o di aprire una partita Iva perché «ora come ora non possiamo permetterci di farti un contratto». O anche di lavorare per uno, due, tre mesi senza percepire 1 euro dei 500 mensili pattuiti, sentendosi ripetere «ti chiedo di pazientare, è un periodo difficile per l’azienda…».

Forse questa è la normalità

A PrecaryLand alcuni “giovani” stagisti cominciano talvolta a pensare che sia giusto sacrificarsi, tapparsi il naso per alcuni mesi perché «siamo giovani, sono le prime esperienze dopo la laurea, sono comunque utili per crescere e farsi buoni contatti per il futuro».

In questi casi alcuni di loro si sentono rinfacciare di far parte di «una generazione incapace di dire NO a queste proposte inaccettabili e rivendicare i propri diritti». E quando, al contrario, perdono la pazienza e decidono di far sentire le proprie ragioni, possono essere etichettati come svogliati, pigri, schizzinosi.

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Manifesto del Precarismo

PrecaryLand è quel luogo in cui probabilmente alcuni dei lettori penseranno: «ecco un altro dei classici piagnoni, incapace di farsi strada nel mondo del lavoro, magari anche raccomandato, che trova tutte queste scuse per lamentarsi! Perché non si rimbocca le maniche invece?». A questi non ha senso rispondere, evidentemente apparteniamo a due mondi diversi che forse non verranno mai a contatto.

Sono sicuro che tra i lettori ci sarà, però, anche chi si rispecchierà in queste parole: tanti altri giovani, appartenenti alla generazione dei precari, frustrati e indecisi su come comportarsi in queste situazioni proprio come l’autore in questo momento.

Se i giovani precari prendessero coscienza della propria situazione potrebbero ritrovarsi tra le mani una forza grande che consentirebbe loro di alzare la voce, forse addirittura di arrivare a piccole ma importanti conquiste. Purtroppo, avendo 25, 30 o anche 40 anni, molti di loro conoscono solo questa realtà e ne sono stati assorbiti a tal punto da pensare, forse legittimamente, che sia l’unica possibile.

 

Lorenzo Boni

Come cambia la classe dirigente del PD

Politica e diritti

 

Quale futuro per il centrosinistra in Italia

Lo scorso 12 marzo la direzione del Partito Democratico ha nominato Maurizio Martina segretario reggente in attesa dell’assemblea, prevista tra circa un mese, e del congresso, dal quale sarà indicato il nuovo segretario dopo le dimissioni di Matteo Renzi. Caratterizzato da un dibattito interno vivace, talvolta ai limiti dello scontro, il PD è l’unica forza politica in Italia che consente agli elettori di scegliere il proprio leader.

Dalle radici dell’Ulivo al giglio

Negli oltre dieci anni dalla sua fondazione il Partito Democratico ha avuto tre segretari eletti attraverso le primarie: Walter Veltroni e Pierluigi Bersani provenienti dall’area ex comunista e Matteo Renzi da quella liberale.

In carica dal 2013 al 2018, Renzi è stato il segretario più longevo nella storia del partito. La sua formazione politica è avvenuta prima nel Partito Popolare Italiano e poi in Democrazia è Libertà – La Margherita, confluita nel PD nel 2007. Portavoce del movimento dei cosiddetti rottamatori, dal 2010 Renzi si è impegnato per favorire un ricambio generazionale nella classe dirigente. L’orientamento liberale, il riformismo e un marcato leaderismo hanno spesso favorito l’accostamento tra la visione renziana e la Terza via blairiana.

Entrambi i predecessori di Renzi hanno invece militato in gioventù nel PCI, poi nel PDS e infine nei Democratici di Sinistra: a differenza di Bersani, legato alla tradizione socialdemocratica e ostile al leaderismo, Veltroni si è distaccato dalle idee del socialismo europeo per avvicinarsi al liberalismo statunitense.

pd

PD: un partito al bivio

Il prossimo congresso del PD si articolerà sulla base di un dibattito tra due posizioni contrapposte: la maggioranza proporrà un nome in grado di favorire una continuità almeno parziale con la linea renziana, osteggiata invece dalle correnti di minoranza.

Tra le figure considerate vicine al segretario uscente vi è Maurizio Martina, la cui candidatura si è rafforzata dopo la nomina a reggente. Cresciuto politicamente all’interno dei DS, Martina è stato Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali nei governi Renzi e Gentiloni e vicesegretario del PD dal maggio 2017.

Un altro sostenitore della prima ora della rottamazione è stato Paolo Gentiloni, che ha partecipato ai convegni della Leopolda di Firenze organizzati da Renzi. Nella campagna elettorale appena conclusa il Presidente del Consiglio si è impegnato attivamente, tanto da far riflettere su una possibile rivalità con lo stesso segretario. Formatosi negli anni Settanta nella sinistra extraparlamentare, nel 1993 è divenuto portavoce dell’allora sindaco di Roma Francesco Rutelli prima di essere eletto Deputato nel 2001 con La Margherita.

Nell’orbita renziana gravita anche Graziano Delrio, Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. Nel partito è ben visto anche dai cosiddetti antirenziani ed è quindi considerato da molti come il più accreditato tra i possibili successori di Matteo Renzi. Delrio ha un passato nel Partito Popolare Italiano e in DL – La Margherita.

Nuove tessere per il mosaico?

Carlo Calenda è l’attuale Ministro dello Sviluppo Economico. La sua decisione di iscriversi al PD ha fatto notizia perché è avvenuta il giorno dopo le elezioni. A chi insinuava che si trattasse di una mossa per scalare il partito, Calenda ha risposto: «Non mi candido perché sarei un buffone», aggiungendo che in caso di alleanza con il MoVimento 5 Stelle sarebbe pronto a strappare la tessera. Prima di candidarsi, senza essere eletto, con la lista centrista Scelta Civica di Mario Monti, Calenda è stato coordinatore politico di Italia Futura, associazione fondata da Luca Cordero di Montezemolo.

Un ultimo nome indicato dagli addetti ai lavori come possibile futuro segretario del Partito Democratico è quello di Nicola Zingaretti, Presidente della Regione Lazio appena rieletto. Formatosi nel PCI, Zingaretti ha militato nel PDS e nei DS prima di sposare il progetto del PD. La lunga esperienza istituzionale a livello regionale ed europeo lo rendono una possibile alternativa di spessore per la minoranza del partito, in particolare per la corrente guidata da Orlando.

In attesa di informazioni più certe su date e tempi del congresso, sono queste le personalità intorno alle quali il centrosinistra dovrà provare a impostare la sua riflessione: su questi nomi il PD dovrà necessariamente confrontarsi per provare a riallacciare il rapporto, interrotto bruscamente ormai da tempo, con il territorio.

Lorenzo Boni

#Embraco: 22 marzo, incontro Assessorato e sindacati

Politica e diritti
Manifestanti

Foto di proprietà LaPresse/Giordan Ambrico

I Tg mandano in onda un film già visto. Gli operai incatenati ai cancelli di una fabbrica che rischiano il licenziamento, il Ministro dell’Economia di turno che si veste da salvatore e invoca l’Unione Europea, gli imprenditori  che voltano le spalle e vanno dove li porta il mercato.

Portafogli aperto, stabilimento in chiusura

 L’ultima protagonista della tragedia in atto, ormai da decenni, è la multinazionale Embraco – azienda brasiliana del gruppo Whirlpool – che  ha deciso di chiudere lo stabilimento di Riva di Chieri, nel Torinese, e di trasferire la produzione di  compressori di frigoriferi in Slovacchia. Sono a  rischio 500 posti di lavoro.

Una storia caratterizzata da cassa integrazione e aiuti di Stato, iniziata nel 2000, quando Whirlpool cede alla controllata Embraco il glorioso stabilimento (negli anni Novanta impiegava 2500 operai). Ma la favola dell’occupazione si era già interrotta nel 2004 con la prima iniezione di denaro pubblico da parte delle Regione Piemonte,  pari a cinque milioni di euro a fondo perduto, e con i primi.

Da allora, gli aiuti che l’Embraco ha ricevuto dallo Stato ammonterebbero a circa quindici milioni di euro (sull’esattezza delle cifra sta lavorando il nucleo di polizia tributaria delle Guardia di Finanza).

Molti, tra esponenti politici e sindacati, richiedono l’immediata restituzione dei soldi pubblici incassati, gridando allo scandalo di chi ha approfittato della situazione a proprio vantaggio e ora alza i tacchi e va via, sbattendo la porta.

Dal Brasile a Bratislava (via Italia)

Pressato da ogni lato, il Ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, a pochi giorni dalle elezioni del 4 marzo, decide di volare a Bruxelles e di chiedere all’Ue la verifica dei presunti aiuti di Stato che la Slovacchia avrebbe concesso all’Embraco, appellandosi ai Trattati Europei sulla corretta concorrenza interna tra gli Stati membri. La situazione si colora di grottesco, quando il Ministro, nella stessa occasione, chiede di poter creare “un fondo per evitare le fughe all’estero”

Le autorità di Bratislava, da canto loro, non tardano a replicare, precisando: “Risponderemo alla lettera della Commissione europea con la documentazione che prova che non abbiamo fornito alcun aiuto diretto o indiretto alla decisione della multinazionale brasiliana di delocalizzare la sua produzione dall’Italia alla Slovacchia. Crediamo che sia una decisione puramente industriale, un’opportunità di business”.

Delocalizzazione, problema europeo

La chiave del problema è tutta qui e riguarda la libertà di circolazione dei capitali, congiunta all’impoverimento dei lavoratori. E’ lo stesso fondamento dell’Europa di Maastricht a condurre gli Stati a rilanciare la propria economia in termini nazionalistici, da un lato, e ad impiegare  i fondi dei contribuenti per contrastare la delocalizzazione industriale, dall’altro, a scapito di salari  e  welfare.

Un andamento, quello della fuga delle industrie, che – allo stato attuale delle cose – non è possibile invertire. Secondo alcuni economisti, sarebbe necessario, quanto doveroso, tornare alle misure adottate dopo la crisi del 1929. In quella fase, il controllo sulla circolazione dei capitali fu uno degli strumenti decisivi per l’aumento  dell’occupazione.

Di fatto, le  misure adottate nell’ultimo decennio hanno solamente rinviato nel tempo l’effettivo ed inevitabile trasferimento oltre confine.

Il caso dell’Embraco sembra non fare eccezione, a meno che non intervenga, entro la fine dell’anno,  un partner per la reindustrializzazione del sito. Un deus ex machina, insomma, che salvi l’ennesimo stabilimento a rischio chiusura.

Domani, 22 marzo ’18  alle 14:30, presso la sede dell’Assessorato Regionale del Lavoro di via Magenta 11, è fissato l’incontro per il rinvio delle procedure di licenziamento. Una giornata decisiva, seppur non conclusiva della vicenda Embraco.

Marielle Franco, il coraggio di difendere i diritti umani

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Marielle-Franco

Uccisa Marielle: un altro colpo inferto ai diritti umani

I difensori dei diritti umani sono ad oggi sotto attacco e rischiano le loro vite in Brasile.
La notte del 14 marzo 2018 è stata uccisa a Rio de Janeiro, Marielle Franco, attivista per i diritti umani. Nell’agguato è stato assassinato anche il suo conducente mentre è rimasto illeso un collaboratore.
Marielle, nata nelle favelas di Rio de Janeiro 38 anni fa, era un’attivista per i diritti delle donne, dei neri e si batteva contro gli abusi della polizia e le esecuzioni extragiudiziali. Grazie al suo impegno costante era stata eletta consigliere comunale nel 2016, come esponente del partito Psol (partito socialista brasiliano) ed era stata inserita nella Commissione sui diritti umani che doveva occuparsi degli interventi della Polizia, dopo l’invio dell’esercito da parte del Presidente Michel Temer, in carica da agosto 2016; Marielle era anche la Presidente della Commissione Donne. Marielle negli ultimi giorni aveva denunciato due omicidi avvenuti nelle favelas ad opera della polizia e aveva dichiarato che gli interventi della forza pubblica creano terrore negli abitanti.

Un numero che cresce di anno in anno

Molte ONG, come AI e HRW, hanno espresso il loro rammarico per la morte dell’attivista ed hanno chiesto lo svolgimento di indagini efficaci, indipendenti e immediate. Jurema Werneck, direttrice di Amnesty International Brasile, ha dichiarato che “questo è un altro esempio di quanto sia difficile difendere i diritti umani in Brasile”.
In particolar modo sta peggiorando la situazione di coloro che si battono per la difesa dei diritti delle popolazioni indigene, aree rurali e comunità LGBT, i quali continuano ad essere vittime, sempre più frequentemente, di omicidi, minacce e aggressioni. Il Brasile risulta il Paese dell’America del Sud con il tasso più alto di omicidi commessi verso difensori e difensore dei diritti umani, circa uno ogni 5 giorni, “un numero che cresce di anno in anno” ha dichiarato Renata Neder di Amnesty International.
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Troppe morti, poca giustizia

Nel 2017 il Comitato brasiliano dei difensori dei diritti umani aveva chiesto l’intervento delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione degli Stati Americani per l’aumento degli omicidi di human rights defender.
Il Brasile è sotto indagine da parte dell’ONU anche per la crescente violenza: nei primi due mesi del 2017 sono state uccise 182 persone durante le operazioni di polizia nelle favelas, il 75 % in più rispetto al 2016. Difendere i diritti umani in Brasile è sempre più pericoloso ed è doveroso chiedere che si proceda con indagini adeguate per poter assicurare i colpevoli dell’omicidio di Marielle alla giustizia. Coloro che combattono per il rispetto dei diritti umani, si battono per la libertà di ognuno di noi.

Governo di scopo e altri luoghi impossibili

Politica e diritti

Quali scenari dopo il voto del 4 marzo?

“Un governo di scopo per cambiare la legge elettorale e tornare al voto”: affermazioni di questo tipo sono all’ordine del giorno in una fase di incertezza politica come quella attuale. E non è una novità.

Una situazione molto simile a quella odierna si è determinata nel 2013, quando la “non vittoria” del PD e l’exploit del MoVimento 5 Stelle non hanno consentito a nessuna coalizione di ottenere la maggioranza necessaria per governare. In quell’occasione Enrico Letta è riuscito, dopo oltre un mese di stallo, a dare vita a un esecutivo di larghe intese. Avversata da tutti gli schieramenti durante l’ultima campagna elettorale, la costruzione di una grande coalizione è una delle opzioni possibili per impedire la fine anticipata della legislatura.

Di diversa natura è il governo di scopo, formato per realizzare in breve tempo riforme considerate essenziali. Gli esempi più recenti sono i governi guidati da Carlo Azeglio Ciampi nel 1993 e Mario Monti nel 2011, anche se in questi due casi è più corretto parlare di governo tecnico per l’identità non politica dei loro membri.

Camera dei Deputati

Foto di proprietà del settimanale “Panorama”.

Non c’è maggioranza

L’assenza di una maggioranza è l’unica certezza lasciata in eredità dalle elezioni del 4 marzo. In qualità di leader del partito (loro si definiscono movimento) che ha ottenuto più voti, Luigi Di Maio ha rivendicato la facoltà di presentarsi alle Camere con la sua squadra di governo e chiedere la fiducia sui singoli punti del programma.

Si tratterebbe di una sorta di governo di minoranza, previsto dalla Costituzione ma non così semplice da realizzare: requisito fondamentale è il sostegno da parte delle forze di maggioranza relativa e da una parte dell’opposizione. Gli unici due precedenti risalgono al 1963, con il Governo Leone I, e al 1976, con il cosiddetto esecutivo “di solidarietà nazionale” guidato da Giulio Andreotti.

L’asso nella manica dei vincitori

Larghe intese, governo di scopo e di minoranza non sono le uniche strade percorribili per uscire dall’impasse: preso atto dell’impossibilità di individuare una maggioranza, il Presidente della Repubblica potrebbe decidere di sciogliere le Camere e indire nuove elezioni.

Nelle ultime settimane questa possibilità è stata invocata da Salvini e Di Maio, i vincitori del 4 marzo. Cinque anni fa era stato Silvio Berlusconi a esporsi in questo senso, rafforzato dal 21% percento ottenuto dal PdL. Ma quante volte questo scenario si è realizzato nella storia della Repubblica? Dal 1948 a oggi mai: per questa ragione appare più una mossa strategica e provocatoria che una concreta possibilità.

Lorenzo Boni