Governo di scopo e altri luoghi impossibili

Politica e diritti

Quali scenari dopo il voto del 4 marzo?

“Un governo di scopo per cambiare la legge elettorale e tornare al voto”: affermazioni di questo tipo sono all’ordine del giorno in una fase di incertezza politica come quella attuale. E non è una novità.

Una situazione molto simile a quella odierna si è determinata nel 2013, quando la “non vittoria” del PD e l’exploit del MoVimento 5 Stelle non hanno consentito a nessuna coalizione di ottenere la maggioranza necessaria per governare. In quell’occasione Enrico Letta è riuscito, dopo oltre un mese di stallo, a dare vita a un esecutivo di larghe intese. Avversata da tutti gli schieramenti durante l’ultima campagna elettorale, la costruzione di una grande coalizione è una delle opzioni possibili per impedire la fine anticipata della legislatura.

Di diversa natura è il governo di scopo, formato per realizzare in breve tempo riforme considerate essenziali. Gli esempi più recenti sono i governi guidati da Carlo Azeglio Ciampi nel 1993 e Mario Monti nel 2011, anche se in questi due casi è più corretto parlare di governo tecnico per l’identità non politica dei loro membri.

Camera dei Deputati

Foto di proprietà del settimanale “Panorama”.

Non c’è maggioranza

L’assenza di una maggioranza è l’unica certezza lasciata in eredità dalle elezioni del 4 marzo. In qualità di leader del partito (loro si definiscono movimento) che ha ottenuto più voti, Luigi Di Maio ha rivendicato la facoltà di presentarsi alle Camere con la sua squadra di governo e chiedere la fiducia sui singoli punti del programma.

Si tratterebbe di una sorta di governo di minoranza, previsto dalla Costituzione ma non così semplice da realizzare: requisito fondamentale è il sostegno da parte delle forze di maggioranza relativa e da una parte dell’opposizione. Gli unici due precedenti risalgono al 1963, con il Governo Leone I, e al 1976, con il cosiddetto esecutivo “di solidarietà nazionale” guidato da Giulio Andreotti.

L’asso nella manica dei vincitori

Larghe intese, governo di scopo e di minoranza non sono le uniche strade percorribili per uscire dall’impasse: preso atto dell’impossibilità di individuare una maggioranza, il Presidente della Repubblica potrebbe decidere di sciogliere le Camere e indire nuove elezioni.

Nelle ultime settimane questa possibilità è stata invocata da Salvini e Di Maio, i vincitori del 4 marzo. Cinque anni fa era stato Silvio Berlusconi a esporsi in questo senso, rafforzato dal 21% percento ottenuto dal PdL. Ma quante volte questo scenario si è realizzato nella storia della Repubblica? Dal 1948 a oggi mai: per questa ragione appare più una mossa strategica e provocatoria che una concreta possibilità.

Lorenzo Boni